2 Aprile 2025

Alla Camera dei Deputati per parlare di Medicina di genere

Lo scorso marzo il partecipatissimo convegno che ha lasciato il segno

L’appuntamento, di mattina presto, era nella splendida sala del Refettorio di Palazzo San Macuto, a Roma. Moltissimi e di pregevole competenza i relatori invitati a sedere al tavolo de “Medicina di genere: a che punto siamo? – L’attuazione dell’art. 3 della Legge n. 3/2018”, questo il titolo dell’iniziativa promossa da Moica nazionale e organizzato dalla Presidente Moica Veneto Maria Laura Piva Pezzato. Un successo di pubblico e di condiviso entusiasmo.

L’obiettivo

L’incontro puntava a far luce sulla medicina genere-specifica e lo stato dell’arte della sua considerazione nel più ampio e trasversale alveo della ricerca, del trattamento e del diritto alla salute. In particolare suo obiettivo era soppesare gli sforzi messi in campo a far data dall’11 gennaio 2018: da quando cioè la Legge n. 3 ha richiamato per la prima volta nel nostro Paese all’importanza del discrimine e delle attenzioni di genere in medicina.

L’importanza del tema

Da sempre ricerca, farmacologia, letteratura medica e approccio terapeutico si sono attenuti ad una visione androcentrica, relegando la donna a nulla più che una declinazione del corrispettivo maschile.Solo dagli anni 90 s’è andata definendo con sconcertante chiarezza come questo significasse non solo farne cittadine di serie B, ma addirittura perpetuare loro trattamenti potenzialmente dannosi. Quasivent’anni: tanto ci è voluto per prendere una posizione. E se il DDL Lorenzin ha segnato il passo dell’Italia, il fatto che fosse tra le prime nazioni nell’UE ad aver mostrato sensibilità al tema non deve sottostimare l’urgenza del cambiamento. Ancora le donne sono spesso sotto-rapresentate nelle sperimentazioni precliniche e cliniche. Ancora fisiologia, fisiopatologia e patologia non operano uncongruo distinguo. Ancora sintomatologia e risposta alle cure sottostimano il fattore di genere. A questosi aggiungano donne inascoltate o (peggio) giudicate, perché lamentano condizioni dissimili da quellerilevate in letteratura. Donne che “semplicemente” non sanno sopportare dolore, donne che somatizzano stress ormonali o gridano “al lupo al lupo”. E magari si sottomettono a prescrizioni di farmaci tossici per il loro genere specifico.

Ecco perché il convegno

È di tutta evidenza e pressante novità valutare quali soluzioni l’Italia abbia posto in essere e quale strada sia tracciata per il futuro. Risposte che sono state affidate a più di una decina tra tecnici relatori e figure appartenenti al mondo politico, sociale e associativo.

Patrocinato da Camera dei Deputati, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Istituto Superiore di Sanità, Ministero dell’Università e della Ricerca, Regione Veneto, Centro Italiano femminile, Società Italiana di Farmacologia, Lega Italiana Lotta ai Tumori – sezione metropolitana di Roma, Associazione Italiana Donne Medico e Soroptimist International d’Italia, l’incontro ha visto tra gli astanti la presenza di medici, giovani universitari, una delegazione della Croce Rossa nazionale e, naturalmente, un nutrito gruppo di moicane. Entusiasti anche i relatori, che congratulatisi per la piana riuscita dell’iniziativa, hanno espresso vivi ringraziamenti al Moica e si sono detti pienamente disponibili a future occasioni.

ALCUNE DICHIARAZIONI ED ESTRATTI TECNICI

Sara Squassina (Presidente nazionale Moica – Donne Attive in Famiglia e Società APS):

“Moica – Donne Attive in Famiglia e Società APS, associazione nata come movimento per i diritti delle persone che si dedicano al lavoro familiare a tempo pieno, ha sviluppato nel tempo un’attenzione a tutto tondo a tutela delle politiche femminili e familiari, al fine di abbattere le disuguaglianze di genere che ancora persistono in vari ambiti, incluso quello medico. Integrare la Medicina di Genere nella pratica clinica e nella ricerca scientifica significa migliorare la qualità delle cure per tutti, garantire cure più personalizzate e, quindi più efficaci e meno costose, e ridurre le disuguaglianze nella salute. L’auspicio è che questo convegno aiuti a fare il punto su quanto è stato fatto in merito alla previsione contenuta nell’art. 3 della legge n.3/2018 in merito alla applicazione e diffusione della medicina di genere all’interno del Sistema Sanitario Nazionale e possa servire da ulteriore stimolo per la ricerca e l’attuazione di politiche paritarie in ambito sanitario”.

Giovannella Baggio (Membro del Consiglio Superiore di Sanità. Presidente del Centro Studi Nazionale): su Salute e Medicina di Genere)

Il mio interesse per le differenze di genere in medicina risale agli anni 90, ma solo nel 2006 mi sono unita all’iniziale movimento internazionale promosso dalla International Gender Medicine Society. Nel 2009 ho fondato il Centro Studi Nazionale su Salute e Medicina di Genere, che in questi 16 anni ha stimolato formazione, informazione, ricerca scientifica, puntando soprattutto sui giovani. Il Centro Studi è stato fondamentale nella costruzione della rete italiana sulla medicina di genere”.

Elena Ortona (Dirigente di Ricerca e Direttrice del Centro di Riferimento per la Medicina di Genere dell’Istituto Superiore di Sanità-ISS):

L’istituto Superiore di Sanità ha da tempo inserito tra i suoi obiettivi strategici l’applicazione della medicina di genere e già nel 2017 ha istituito il ‘Centro di riferimento per la Medicina di Genere’, che svolge attività di ricerca di base e traslazionale per comprendere i meccanismi alla base delle differenze di sesso e genere e per individuare marcatori e bersagli terapeutici sesso e genere specifici. Uno dei principali successi è stato quello di aver contribuito ad inserire i determinanti ‘sesso e genere’ tra gli standard metodologici del Sistema Nazionale Linee Guida. Questo passo importante farà sì che in un futuro non ci sarà più bisogno di parlare di differenze di medicina di genere perché la medicina di genere sarà la ‘Medicina’”.

Annalisa Capuano (Professore Ordinario di Farmacologia dell’Università degli Studi “Luigi Vanvitelli” di Napoli. Membro del Pharmacovigilance Risk Assessmente Committee – PRAC – dell’EMA):

“Se un farmaco non è studiato nelle donne, non c’è modo di sapere se sia efficace e sicuro per loro se non dopo la sua commercializzazione. Solo la maggiore inclusione delle donne in tutte le fasi della sperimentazione e l’inserimento nei protocolli di ricerca d’analisi specifiche sulle differenze di genere, può aiutare a colmare le lacune causate dalla carenza di dati di farmacocinetica, farmacodinamica e farmacovigilanza. Nonostante negli ultimi anni vi sia stato un progressivo e reale riconoscimento dell’importanza delle differenze di genere in medicina, inoltre, l’attuale scenario sociale fa si che si debba tener conto non solo delle differenze biologiche tra i due sessi, ma anche delle differenze di genere associate a condizioni socioeconomiche e culturali, e di come queste influiscano sulla salute e sulla malattia dell’individuo. La popolazione transgender, per esempio, è ancora marginalizzata rispetto alle politiche sanitarie, con ostacoli non di poco conto nell’utilizzo dei servizi sanitari sia generali, sia specialistici, che nella partecipazione alla ricerca scientifica”.                                                                                                    

Eliana Ferroni (coordinatrice Gruppo di Lavoro Epidemiologia di Genere – Associazione Italiana di Epidemiologia – Dirigente Medico in Igiene, Epidemiologia e Sanità Pubblica c/o Servizio Epidemiologico Regionale del Veneto):

Sebbene sussistano importanti differenze tra uomini e donne, non solo in termini di incidenza e prevalenza delle malattie ma anche in ambito diagnostico e terapeutico, la variabile ‘sesso’ non viene sempre considerata in modo appropriato negli studi epidemiologici. I dati, inoltre, vengono spesso presentati riportando un dato complessivo ‘neutro’, comprendente sia uomini che donne, così non dando la possibilità a eventuali differenze di poter emergere. La stratificazione dei dati per sesso a valle di uno studio può essere certo un buon inizio, ma non è sufficiente: è necessario un cambio di paradigma che tenga conto di queste differenze dalla fase d’impostazione del disegno di studio fino alla discussione dei risultati ed eventuali differenze emerse, attraverso gli strumenti metodologici più adeguati per poterle comprendere ed analizzare”.

Luca Fabris (Professore Associato di Gastroenterologia Dipartimento di Medicina Università di Padova):

“Si tratta di capire che dobbiamo curare in modo differente gli uomini e le donne per garantire una maggiore equità delle cure ed un consumo sempre più responsabile delle risorse sanitarie. Dati generati in molte malattie mostrano tra uomini e donne il sussistere di significative differenze nella sintomatologia, nei risultati degli esami diagnostici, nella risposta alla terapia. Analogamente è indispensabile acquisire le basi farmacologiche delle differenze di genere nella risposta a numerose forme di terapia. Altrettanto urgente è infine introdurre e applicare la prospettiva di genere anche per i soggetti che non si riconoscono nei due sessi (popolazione ‘non binaria”’) e i soggetti LGBT. L’obbiettivo generale è creare le premesse per promuovere un nuovo approccio più inclusivo della medicina non solo clinica ma anche traslazionale, in adempimento alle esigenze della medicina di precisione”.

Silvia De Francia (Professore Associato di Farmacologia Università di Torino, Giornalista e scrittrice):

Uomini, donne, persone transgender: oggi tutti e tutte possiamo assumere farmaci con il medesimo profilo di sicurezza? La risposta è no. Perché la sperimentazione preclinica e clinica dei farmaci ad oggi avviene ancora principalmente su modelli animali e individui di sesso maschile. Perché? Perché condurre la ricerca sul sesso maschile è più facile. Le donne, infatti, rispetto al campione maschile, sono più variabili dal punto di vista ormonale. L’approccio sesso e genere specifico nella sperimentazione preclinica e clinica invece consente di tarare al meglio efficacia e sicurezza dei farmaci, limitandone la tossicità”.

BREVE STORIA DELLA MEDICINA DI GENERE

Molti fanno risalire la nascita della “medicina di genere” ai primi anni 90 del secolo scorso e all’attività di Bernardine Patricia Healy nel campo di ricerca sulle malattie cardiovascolari. Apprezzatissima cardiologa e prima donna a dirigere l’NIH (il “National Institutes of Healt”) statunitense, la Healy s’accorse allora di come la ricerca scientifica fosse condotta solo su uomini o animali maschi. Non solo: l’incongrua e usata preferenza sussisteva anche a livello clinico quale retaggio d’una cultura ostentatamente androcentrica. Le donne, si rese conto, a parità di rischio per la salute, erano infatti sottoposte a molte meno procedure diagnostiche e terapeutiche degli uomini.

Nel 1991, la Healy avviò un progetto che le era particolarmente a cuore: la “Women’s Health Initiative. Era destinato a divenire il più grande studio clinico randomizzato della storia a coinvolgere solo donne, indagando gli effetti di specifiche strategie di prevenzione sulle loro principali cause di morte e disabilità, in particolare dopo la menopausa. Fu il primo, fondamentale passo verso l’indagine e la lotta nelle disparità di trattamento tra uomini e donne. Sulla sua scorta fu dimostrata lo storico sussistere d’una preferenza maschile nell’indagine delle malattie e nella somministrazione delle cure.

Il concetto di “prendersi cura delle differenze” e l’importanza di dare una nuova, più inclusiva impronta alla medicina, valicò presto l’oceano. Anche nel nostro Paese s’andò diffondendo (per quanto in nuce) il concetto di medicina di genere. Oggi, meglio indicata come “medicina genere-specifica” è definita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come “lo studio dell’influenza delle differenze biologiche (definite dal sesso) e socio-economiche e culturali (definite dal genere) sullo stato di salute e di malattia di ogni persona”.

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